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PRATOLA NEGLI ANTICHI DOCUMENTI
di Padre Marcello Caselli (historicus) dal periodico "La Madonna e noi"

 

Non si mette in dubbio che il paese di Pratola da sempre esista...

Testimonianza di vita e di lavoro ne sono i tanti reperti venuti alla luce nelle campagne attorno... E tutt'altra cosa voler trovare scritto il nome di Pratola, prima o a cavallo del Mille: altro non ci è dato che ricorrere agli archivi monastici, nei carteggi del tempo. Erano in gioco, allora interessi e competenze; e le grandi abbazie benedettine, beneficiarie di stabili, di chiese e terreni sparsi su largo raggio, di fronte a facili usurpazioni facevano ricorso alla protezione di Imperatori e Pontefici. E perciò le cosidette "bolle" e i diplomi, intesi a confermare ai monasteri le loro spettanze.

Occorre buona dose di curiosità e pazienza, per scorrere, anche poco, i tre volumi dal titolo "Chronicon Vulturnense", i quali riproducono in caratteri moderni gli antichissimi documenti del celebre monastero di San Vincenzo al Volturno; documenti già letti in originale, trascritti, studiati e pubblicati dal dottissimo Muratori, e da altri storiografi. Lo stesso si dica per il grosso volume "Codice Diplomatico Sulmonese", oggi ristampato e accessibile agli amatori di storia. Prima del Mille e pura grazia se il nome di Pratola si fa trovare nel rango di semplice villaggio (ma non tarderà a chiamarsi Castrum Pratulae). Già esisteva il castello Orsa, con le sue dipendenze quello che per il popolo sarà la "Pratola Vecchia".

Per andare con ordine, leggiamo nella detta Cronaca Volturnense Volume I - pag. 228, doc. n. 28, l'accenno ad un "diploma" concesso da Ludovico II (che fù Imperatore dal 855 all'875) nel quale si 'conferma' al monastero di San Vincenzo al Volturno il diritto su varie chiese e terre, situate 'nel Comitato di Valva': "quecunque in Valbensi territorio esse potuissent... omnia a domno Hludovico Imperatore in eodem monasterio firmata sunt".

E` nomina, tra l'altro, ecclesia San Comicii in Pectoriano; San Leopardi (sic) in Pacentro; San Vincenzii (sic) in Selmone, ecc., San Felicis in Bettorrito (=Vittorito)..., et in Prata; San Merci in Gorgiano (=Goriano), S. Pamphili in Raiano; et in Prezze...; et in Poperi (=Popoli) ecc... Effettivamente e qui descritta la nostra zona peligna, per cui Prata, con le chiese non nominate, deve intendersi Pratola, e siamo a metà del secolo IX. Nel contesto infatti non può accennarsi a Prata sul fiume Aventino; e neppure a Prata d'Ansidonia, chiamata nei documenti "S. Paolo ad Peltinum" (vedi più volte la "Cronaca Casauriense"). Per di più: nel documento che subito vedremo (il 155 della Cronaca Vulturnense) là dove è scritto Pratola, la nota a piè della pagina rinvia a Prata (del documento di cui stiamo parlando).

Si conferma con questo, che i Benedettini, già nei secoli prima del Mille avevano messo piede nella nostra terra, con il Vangelo, e con gli strumenti del lavoro... (ora et labora).

Chiarissimo, il nome di Pratola si fa trovare nel documento 155 della detta Cronaca, avente per titolo "Libellum de Valva in loco Pratulae" (sic) Libellum, cioè livello era un tipo di contratto agrario diffuso in Italia nel medioevo. Firmatario dell'atto (convenzione o "precaria") un tale Alberico del fù Transarico (nomi longobardi) abitante in Valva. Questa non era (e non fù mai) una città, bensì un "comitato" nel cui mezzo figurava la Valle Peligna. Il sunnominato attesta di ricevere "a livello" per la durata di 29 anni, dall'abate di San Vincenzo al Volturno, un terreno in località Pratola, "in locus qui Pratulae vocatur" (sic); e ciò in compenso di un prestito da lui fatto al Monastero, del valore di soldi 100 "de mobilia valientes solidos centum".

Molti prestiti si leggono fatti in quel periodo, espressamente per la ricostruzione del Monastero, distrutto dai Saraceni. Per giusto riconoscimento del dominio dei monaci, Alberico impegna sè ed i sui successori, con giuramento, a pagare un censo annuale di un soldo "de merce solidum unum" (sic); un canone senz'altro simbolico, anche trattandosi di moneta pregiata...

La buona terra avuto a livello da Alberico (dalle cifre addotte risulta di circa 8 opere coltivabili) si trovava (cosi leggiamo) confinante da un lato con la via e terra di San Pelino; e dall'altro col fiume Calido (fine flumine Calido). E pensabile che con l'appellativo di Calido si indicasse popolarmente l'Aterno (a Molina) viene a scendere prima a Raiano, poi nella campagna pratolana (Ciavarrone superiore), abbinandosi a tiepide acque sorgive. Comunque dopo mille anni, anche il nostro fiume Calido può essere scomparso, per processi di assestamento o di risucchio.

La convenzione, dopo la data "...luglio 997", reca la firma di Alberico, di due testi, dell'abate Giovanni "signum manus Iohannis". Ma dice il testo che c'era stato il consenso della comunità monastica ossia"de primatis monachis", religiosi, nell'affidare a braccia volenterose (locale e forestiere) le terre loro proprie, anzitutto ne assicuravano il buon utilizzo agricolo; inoltre favorivano nuovi insediamenti rurali là dov'erano zone deserte e inospitali.

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